Impermanenza

                Nella provincia di Fars, in uno dei punti più inospitali dell’intero altopiano iranico, sorgono le rovine di Pasargada, la capitale ancestrale dell’impero persiano, costruita in un’epoca remota da ogni punto di vista. Tra quel poco che resta a Pasargada c’è anche la tomba di Kurush Buzurg, Ciro il Grande, il primo Re dei Re persiano. Tomba che una volta era d’oro, poi è passato Alessandro il Macedone e adesso è solo un blocco di pietra calcarea. Si dice che, prima del macedone, sulla tomba fosse incisa un’iscrizione che grosso modo recitava:
               “Chiunque tu sia, da qualsiasi luogo tu provenga, io sono Kurush, che diede ai persiani il loro impero. Non biasimarmi quindi questa poca terra che copre il mio corpo”.
                Nonostante il buon Kurush, come la maggior parte dei sovrani e soprattutto dei sovrani antichi, non ispirasse particolare empatia, queste parole mi commuovono sempre un po’ perché sono uno degli esempi più diretti e lampanti dell’impermanenza. L’impero fondato da Kurush era immenso per gli standard dell’epoca e per quelli di molti secoli a venire. Si estendeva dal Pakistan all’Asia Minore, dal Kazakistan all’Egitto. Si parlavano una quindicina di lingue principali e decine di lingue e dialetti minori, e allo stesso modo sembravano infiniti i molteplici culti e religioni. Vi vivevano milioni di persone, ognuna con i propri problemi e le proprie paure e la propria modalità automatica, diversi magari dai nostri, ma che li condizionavano allo stesso modo.
               Tutto scomparso, spazzato via dall’incedere del tempo. Certo, rimangono i reperti archeologici, le testimonianze, le tracce linguistiche e culturali. Ma ognuna di quelle persone non è più nulla da molto tempo e anche i grandi Re dei Re, così ben imbalsamati nelle tombe di Naqsh-e Rostam, non sono che un guscio di ciò che erano stati in vita.
              Razionalmente, questo lo sappiamo già. Ce lo ricordano i libri, la musica, gli edifici e le opere d’arte, ogni cosa creata da persone che non sono più tra noi. Ma non lo comprendiamo fino in fondo. Visitando i siti storici, dalla più piccola colonna al più esteso insediamento, ci si concentra sull’estetica o sulle dimensioni dell’opera. Talvolta sono le stesse guide a porre l’accento su queste caratteristiche, lasciando in secondo piano quello che dovrebbe essere invece uno degli aspetti principali: la distanza temporale che ci separa da chi innalzò quelle colonne. Questo non solo per ricordare ai più nostalgici tra noi che il passato che tanto glorificano era ben diverso dalle loro aspettative, ma anche per portare alla consapevolezza pura e semplice che nulla è eterno. Babilonia, la prima vera metropoli della storia, visse per 3000 anni prima di venire abbandonata. Oggi è già tanto se siamo riusciti a scavarne e conservarne le rovine. Roma, che noi con ingenuità infantile chiamiamo Eterna, avrebbe subito lo stesso destino più volte se non si fosse trovata in uno degli angoli di mondo più popolati - e del resto, la Roma di oggi è ben diversa da quella medievale, o imperiale o repubblicana, per non parlare del periodo monarchico.
Diventare consapevoli dell'impermanenza non è solo un esperimento mentale. Comprendere che tutto cambia e che nessuno di noi vivrà in eterno aiuta a rimettere le cose in prospettiva. Non solo ci insegna a diffidare di slogan fondati su concetti instabili come "tradizione" e "ordine naturale", ci aiuta anche a essere, se non più sereni, perlomeno più preparati di fronte alle tragedie personali. Soprattutto ci rende più consapevoli del fatto che questa vita, così come la intendiamo comunemente, è l'unica che abbiamo. Se crediamo in un aldilà, che sia la Visione Beatifica o il Nirvana, i Campi Elisi o il regno di Yima, si tratta di qualcosa di Altro, privo di tutte le caratteristiche positive e negative che rendono tale la vita terrena. Se non crediamo in una vita dopo la morte, la conclusione dell'esistenza diventa ancora più netta. Allo stesso tempo perdono di forza tutte le nostre paure e insicurezze, tutte le nostre vergogne e il nostro senso di colpa e di inadeguatezza. Tutto ciò che ci paralizza e ci deprime appare sbiadito di fronte all'enormità di questa consapevolezza, davanti al fatto che ogni giorno, ora e minuto sono preziosi.
 

 

Davide Tessitore

 

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